venerdì 21 novembre 2008

Detroit


- Il prigioniero non vuole parlare.
- Allora mandatelo a Detroit.
- No, No. Per pietà. Parlo, parlo!



Non potete dire di avere visto una brutta città se non avete visto Detroit. E se ve lo dice uno che vive a Monfalcone credeteci.

Sono stato a Detroit alcuni anni fa. Ci sono arrivato in macchina, partendo da Ann Arbour, una gradevole cittadina dove sorge la University of Michigan, la prima università americana assieme alla californiana Berkeley dove si svolsero le proteste contro la guerra nel Vietnam. La Interstate 94, una di quelle enormi autostrade americane dove tutti rispettano i limiti di velocità, si infila direttamente in centro città. Io e il mio amico Jimmy, un americano che da anni vive a Gorizia, ci siamo arrivati una domenica sera. Il centro, se così si può chiamare, era desolatamente vuoto, né un locale, né un negozio aperti, gli unici luoghi che davano dei segnali di vita erano un enorme parcheggio (Detroit è una città fatta per le macchine non per gli uomini), un fast food greco dalla discutibile cucina e un gigantesco casinò che serve a rimpinguare le casse sempre più vuote del municipio. Presi dallo sconforto ci siamo rimessi in auto e attraversato il tunnel che, passando sotto il lago Michigan, porta in Canada a Windsor, una piccola città la cui passeggiata sul lungolago si chiama piazza Udine. Prima di entrare in Canada, a pochi passi dal confine, c'è un enorme cartello che ricorda ai cittadini americani di non entrare nel paese armati.

Nel suo "Bowling a Columbine", Michael Moore uno che è nato da quelle parti, intervistando il capo della polizia di Windsor gli chiede quanti fossero stati i delitti in città negli ultimi anni. Al poliziotto non ne viene in mente nessuno da almeno cinque anni, poi ci ripensa e se ne ricorda uno e l'omicida era un tale di Detroit. Vista da Windsor, Detroit sembra perfino bella.




Alcuni giorni fa sono arrivati a Washington con un lussuoso jet privato alcuni improbabili questuanti. Erano gli amministratori delegati di Ford, Chrysler e General Motors, tutte aziende che stanno a Detroit o giù di lì. Venivano a chiedere al congresso cospicui finanziamenti per le loro fabbriche in grave crisi. Non hanno portato a casa niente. Pazienza, non sarà la prima volta che la capitale di quella che gli americani chiamano la Rust Belt (cintura della ruggine), un territorio che va dalla Pennsylvania al Michigan, un tempo sede delle più grandi industrie meccaniche americane oggi ridotte a grattacieli di ruggine, sprofonda nella miseria. Ne ha viste tante di crisi Detroit.


Non è stata sempre così. Un tempo, fino agli anni sessanta, Detroit era una città ricca e potente, era la capitale mondiale dell'automobile. Costruita a immagine e somiglianza del suo figlio più famoso, Henry Ford, la città interpretava in modo migliore lo spirito dell'inventore della catena di montaggio: produrre e consumare; e così ogni operaio costruiva le macchine che poi avrebbe acquistato. La città crebbe, arrivarono numerosi immigrati da ogni parte del mondo e si arrivò a quasi due milioni di abitanti. Tanti erano i neri e la città divenne la capitale della cultura afroamericana nel nord Stati Uniti. A Detroit nasce la più importante casa discografica di rythm & blues la Motown. Sono di Detroit Aretha Franklin e Stevie Wonder e vi inizia la carriera Marvin Gaye. I bianchi, invece, sono di gusti più grezzi e non si occupano di musica, solo qualche anno più tardi, arriveranno Madonna ed Eminem.

Con gli anni settanta arriva la prima crisi petrolifera, poi la concorrenza giapponese e le ristrutturazioni industriali. Fabbriche chiuse e migliaia di disoccupati. I bianchi lasciano la città per i sobborghi dove si barricano in piccole ville piantando in giardino dei cartelli con scritto: "I vicini vi guardano e sono armati". La popolazione scende a ottocentomila abitanti e statisticamente in quegli anni era più facile finire ammazzati in città che a Saigon.





Non troverete una guida turistica di Detroit; le migliori foto della città si trovano in una raccolta di fotografie di Arthur Drooker dal titolo "American Ruins".



La città è il più grande parco archeologico del XX secolo. Migliaia di case, centinaia di edifici tra alberghi, palazzi, teatri e chiese giacciono abbandonati in uno scenario da bombardamento atomico. Il più incredibile dei relitti dal passato cittadino è la Central Michigan Station, un'enorme stazione ferroviaria con tanto di grattacielo completamente abbandonata.



Abbiamo percorso chilometri attorno a queste rovine contemporanee. Siamo stati in posti che hanno fatto da scenario a film come "Il corvo" e "Robocop", vedendo case abbandonate che, momentaneamente occupate dai senzatetto, finiranno incendiate nel loro vano tentativo di riscaldarsi nel freddo inverno del Midwest, per arrivare, infine, a Grosse Point, dove tra ville e barche di lusso vivono gli ultimi ricchi della vecchia "capitale mondiale dell'automobile".



In questi anni difficili a Detroit funziona una sola cosa: la squadra di hockey, i Red Wings. E non sarà un caso che nella più dura e sfasciata città d'America gli unici a vincere sono gli atleti del più spettacolare e violento tra gli sport di squadra.






Un grazie a James Joseph per avermi fatto conoscere e amare Detroit.
E' troppo facile amare Parigi.

4 commenti:

Tic. ha detto...

Quasi più snob di me...

yodosky ha detto...

Grazie all'intervento di Diogene, mi è venuta voglia di visitarla, 2sta Detroit.
In più mi ricordo una scena di un film di qualche anno fa: una giornalista mostrava su uno schermo le immagini riprese dopo un attacco alieno: "Questa è Detroit" diceva, e si vedeva una città in fiamme.
"E questa è Detroit dopo l'attacco".
E si vedeva la stessa città in fiamme, solo con in più le astronavi sospese sopra.

Mammifero bipede ha detto...

Ti segnalo questo articolo dal Manifesto.
Il tono è un po' sopra le righe (giornalistese), ma il racconto mi ha incuriosito.

diogene ha detto...

Interessante, speriamo riescano a realizzare qualcosa, anche perchè la città da anni è governata da una classe politica tra le più corrotte e scadenti d'America. E sono neri e democratici.